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Giovedì 21 Aprile  

 

Settimana Santa anni ’60. Quei segni dell'attesa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Foto di Liana Pellacini

     

L'ingenuità di una città, prima di essere travolta dal consumismo, nell'atmosfera della Passione. Prima dell'uscita dei perdune...

 

Di Angelo Diofano

 

Settimana Santa primi anni sessanta, quelli in cui ancora permaneva l’anima di una certa “paesanità”, pronta per essere erosa da un incalzante consumismo (derivanti dagli stipendi quasi da favola per quei tempi del colosso d’acciaio) e da pur lecite necessità turistiche. Erano i giorni in cui ancora si fermava tutto, o almeno si rallentava, per far spazio ai “perdune”, in uno spirito ben rappresentato da certi brevi e ingenui documentari trasmessi nei cinematografi, nell’intervallo delle proiezioni, e tuttora visionabili su Youtube, grazie all’impegno di alcuni patiti della tradizione.

Una Settimana Santa che, più che le marce funebre, aveva il sottofondo dell’Aria sulla quarta corda, il conosciuto brano di Bach, trasmesso come sigla di una popolare rubrica religiosa televisiva di quei tempi e che ben si adattava alla circostanza.

Un’attesa che veniva ravvivata dalla visione di alcune gigantografie delle nostre processioni, esposte per l’occasione alle vetrine dell’Ente per il turismo, in corso Umberto: “Adesso ci vedete in fotografia, ma presto saremo di persona tra voi”-sembravano dire quei ‘perdune’, incutendo un certi timore, presagio di una certa sacralità-.

“E noi ci saremo, vero papà?”- domanda muta, rivolta con uno sguardo dal bambino al papà.

E gli odori dei taralli? Al Borgo era un trionfo. Alle processioni, specialmente la sera del Venerdì Santo, le mamme avevano cura di conservarne alcuni in borsa, per calmare nei bambini, più che i morsi della fame, l’impazienza dell’attesa. Li acquistavano, fra gli altri, nei panifici “Bologna” e “San Marco “(l’unico, quest’ultimo, che all’epoca faceva le focaccine la domenica sera), entrambi in via Acclavio o in quello di Monfredi, in via Mazzini: tutti chiusi da tempo. Ce ne sono altri, nel quartiere, che eccellono nella più dolce delle arti. Ma quegli aromi non li abbiamo più ritrovati.

Una Settimana Santa che aveva il sapore anche di una certa amarezza per il ritardo del papà dal lavoro, che doveva accompagnare a vedere i “perdùne”. Tutto il diritto di rimanere a casa a riposare per una giornata stancante. Ma poi, chi li sentiva i figli per la promessa non onorata? Così, sia pure all’ultimo, si scendeva in strada ad ammirare le “poste” e i maestosi “sepolcri”. Un po’ di delusione per non aver ascoltato la banda. Gli ultimi musicanti, strumento sottobraccio, velocemente andavano a riposarsi, dopo le ultime raccomandazioni dei capobanda per la massima puntualità, in vista della marcialonga musicale.

Riti da assaporare anche attraverso le miniprocessioni mobili (una novità per quegli anni) esposte dai Grandi Magazzini De Florio in via Anfiteatro all’angolo con via Berardi. Al loro posto adesso c’è una banca, tanto per cambiare. Le allestiva Franco Jaccarino, origini sorrentine, commesso di quel negozio e artista vetrinista che allora andava per la maggiore. Sempre elegante, con quei baffetti brizzolati e dalla battuta frizzante che un accento partenopeo, mai dimenticato, dava più gusto, egli andava giustamente orgoglioso di quelle realizzazioni. Tra un cliente e l’altro, non lesinava spiegazioni, specialmente se richieste dai più piccoli. Un anno rappresentava l’Addolorata di Taranto vecchia e quello successivo i Misteri, tanto per non arrecare dispiacere alle due congreghe, gelose custodi dei nostri Riti. Un registratore, ben occultato, diffondeva, alquanto malamente, le prime riproduzioni delle marce funebri. Franco Jaccarino era anche un quotato pittore. Un anno, dopo aver commentato l’uscita dell’Addolorata per conto di Studio Cento,Vittorio Sgarbi volle recarsi alle due di notte a casa sua, in via Crispi, per ammirarne i quadri. Alla citofonata degli uomini della scorta, a quell’ora così tarda, Franco stava per rispondere in modo pepato. Ma poi si ricordò della promessa dell’illustre critico: “Verrò a trovarti”. E così fu. Donna Vittoria, la moglie, si levò ben presto per stare, giustamente orgogliosa, affianco al marito, pronta a mettere sul fuoco la macchinetta del caffè. Ma non ce ne fu bisogno. “Franco, queste tue opere hanno una loro pregevolezza e originalità, hanno il dovere di essere conosciute. Meritano un adeguato catalogo. Fammi sapere”- disse Sgarbi. Sì, certo, un bel catalogo, ma a spese di chi? E quell’auspicio rimase tale, come tante altre cose nostre, senza seguito. Franco Jaccarino ci ha lasciati nei mesi scorsi, a breve distanza di tempo dall’amata consorte: quasi dimenticato. Altro che catalogo.

 

 

 

 

 
       
       

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