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| Giovedì 21 Aprile |
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Quell'Anima invisibile della Settimana Santa |
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Il racconto di Nicola De Valeriis, ultimo troccolante dei Misteri di una volta.
di Francesco Casula
«Fotografie in questa casa non ce ne sono: la settimana Santa per me è qualcosa di intimo, non ha niente a che vedere con quello che c’è fuori». Parla piano Nicola De Valeriis, confratello, classe 1921. Raccolto nella vestaglia, racconta la sua storia. Accanto la figlia Adele che non perde una parola, come se rivivesse con lui quegli anni in cui era poco più che una bambina. «Non ho mai voluto fotografie – continua alzando la mano destra tremante – perchè la settimana Santa non è ciò che resta materialmente, ma quello che ognuno si porta dentro. Io ho solo i ricordi degli anni lontani in cui ho portato la troccola, l’Addolorata della città vecchia e Gesù Morto. È stata una mia scelta da sempre: non ci tenevo a essere fotografato, anzi mi infastidiva». Intorno a lui ci sono quadri, foto dei familiari, ma nessuna traccia della sua storia di confratello. Nulla che faccia pensare che Nicola De Valeriis è stato uno dei protagonisti dei riti della settimana Santa a Taranto. Sì, perché quest’uomo dal sorriso buono che per un’ora lascia volare in una stanza i ricordi custoditi gelosamente, è stato l’ultimo troccolante a portare i Misteri in città vecchia. Era il 1966. «Me lo ricordo quell’ultimo anno in città vecchia» esordisce alzando gli occhi e poi chiudendoli per qualche secondo, quasi a voler ripulire quelle immagini dal velo di tempo posato come fosse polvere. «Eravamo in via Cariati, all’altezza di pesce Fritto. All’improvviso ci fu una grande confusione: si parlava di una rissa avvenuta dietro di me, non so in quale punto preciso della processione. Ricordo vagamente che qualcuno parlava di un ubriaco che si era scagliato nel corteo. Ci fu un gran parapiglia. Mi voltai verso Ze’ Catavete, storico portatore del gonfalone, e dissi: “sciamene ze’ Catà”. Noi alzammo il passo, ma il resto della processione non ci seguì e quando arrivammo al Carmine il resto del corteo era lontanissimo da noi. Fui sospeso, ma durò poco: scrissi una lettera di scuse e mi perdonarono». Sorride mentre racconta uno dei momenti che hanno cambiato per sempre la storia di questa città. Mentre quella processione passava sul ponte per rientrare al Carmine la storia di Taranto si lacerava in due: da una parte il progresso, dall’altra l’abbandono. Ma davanti agli occhi di Nicola le immagini continuano a scorrere. «Anche l’anno successivo – racconta con gli occhi lucidi – quando la processione dei Misteri per la prima volta non si diresse verso il ponte, ma alla chiesa di san Francesco da Paola, io portavo la troccola». Lo sguardo di Nicola diventa triste. «Mio fratello Vincenzo era morto da poco e decisi di vestirmi per devozione al suo ricordo. Sentivo di doverlo fare per Vincenzo che donava sempre alla congrega le candele usate in processione e per il sepolcro del giovedì Santo. Volevo ricordare così mio fratello che ogni anno donava l’offerta a ze’ Catavete per permettergli di portare il gonfalone. Poco prima di arrivare nella chiesa di san Francesco, però, passai davanti alla sua tabaccheria in via di Palma: piansi come un bambino. Non riuscivo a smettere pensando a lui. Una volta in chiesa decisi di spogliarmi dell’abito di rito. Non mi sono mai più “vestito”». Si ferma in silenzio Nicola e forse si immagina in quella chiesa mentre lascia la mozzetta e infila nelle scarpe, i piedi sporchi e doloranti. La settimana Santa è anche questo: è la condivisione con le persone care di emozioni forti come il sacrificio. È un collante che tiene uniti padre e figli, fratelli e amici fraterni. Da secoli. «Non ho mai smesso di partecipare alle processioni però – riprende alzando ancora la mano destra –. Quelle notti per me erano intoccabili: anche se non mi sono più “vestito” ci sono sempre stato, fisicamente e spiritualmente». Il nastro si riavvolge e torna ancora indietro. Improvvisamente un ricordo lo rapisce e Nicola torna a sorridere. «La domenica delle Palme dell’anno in cui mio padre, vecchio confratello, morì, lo sognai. Quando mi svegliai, decisi di partecipare alle gare. Andai al Carmine e ci aggiudicammo Gesù Morto con “il cavaliere” Luigi Pignatelli, Vincenzo Cecinato e un altro confratello di cui ora non ricordo il nome. Quell’anno chiesi a Vincenzo di stare davanti, io volevo stare nascosto dietro: era come se volessi essere visto solo da mio padre. Anche se a san Cataldo decisi di spogliarmi perché non me la sentivo di continuare, l’emozione fu grande». Stringe un fazzoletto nella mano, ogni tanto lo guarda, lo accarezza quasi fosse un ricordo che non vorrebbe far scappare via. «Quando i Misteri andavano a Taranto vecchia era sempre buio. Si rientrava al Carmine al massimo alle quattro del mattino nonostante il giro fosse più lungo. La “nazzecate” c’era, ma era costante: non ci si fermava all’inizio di ogni marcia per poi correre all’improvviso. Il passo era piccolo, quasi impercettibile, ma non ci fermavamo mai». Ormai Nicola è lì, tra i vicoli della città vecchia degli anni sessanta, a guardare da spettatore la sua processione di una volta. «Era così bello il pendio di san Domenico. La confusione la vedevi solo in quel momento: al rientro c’erano solo i “malati” della settimana Santa. In piazza Carmine ci conoscevamo tutti. Il portone era aperto a differenza di oggi. Quando guardo la tv la mattina del sabato Santo, sento gli applausi e non mi piacciono. Ho come la sensazione che si sia persa l’intimità di quel momento. Troppa spettacolarizzazione». Nicola continua a dipingere un quadro dal sapore lontano, storie che tanti giovani oggi, senza il racconto di uomini come lui, non potrebbero neppure immaginare: «Quando mi vestivo, io non mangiavo. Potete anche non credermi – afferma con una semplicità disarmante – ma a san Cataldo, perché il riposo si faceva lì, io prendevo solo un caffè.. Lasciavo persino i taralli che la gente all’epoca portava in dono ai confratelli». E da san Cataldo a san Domenico il passo è breve: «Sì, ho portato anche l’Addolorata ed è stata la cosa più emozionante. Non si può spiegare. La Madonna esce con la confusione e si ritira con la confusione. È stato indimenticabile. La mia marcia preferita? – sorride con un po’ di malinconia e poi risponde: «Io non ce l’ho più, ma la mia preferita è “Mamma!”. Quando la sento, penso a lei. Mi manca la mia mamma, come mi manca la gioventù per partecipare ancora ai nostri riti» La voce si spezza e gli occhi si riempiono di lacrime. «Questa passione o la senti o non la senti. Qualcuno dice che sia fanatismo, ma io in quelle ore mi sentivo un altro. Non so spiegarlo». Il tempo passa in fretta e bisogna congedarsi da questi racconti. «Per favore non fate il nome mio: parlate di Nicola De Valeriis, ma non dite che mi avete intervistato». Ma ci sono regole a cui si deve disobbedire. Per rendere onore alla verità e concedere il giusto merito agli umili. Per dare voce a ciò che non si vede. Perché «la settimana Santa – come dice Nicola De Valeriis, ultimo troccolante dei Misteri di una volta – non è ciò che resta materialmente, ma ciò che ognuno si porta dentro».
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