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Vivere in Confraternita

  a cura di Leopoldo Vitale
     
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Sabato 8 Maggio 2010  

 

Intervista al M° Mortet

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

     

La devozione e il culto verso San Cataldo a Taranto, risale ai tempi più remoti, infatti, come ci insegna la tradizione, all’epoca dell’Arcivescovo Drogone, nel 1071, mentre si scavavano le fondamenta per la costruzione della cattedrale già distrutta dai Saraceni nel 927, fu ritrovata una tomba dalla quale proveniva un soavissimo profumo, contenente una crocetta aurea con inciso il nome “Cataldus” e un corpo identificato con quello di San Cataldo. Ovviamente, dal ritrovamento del corpo, il culto di san Cataldo si sviluppò nella fede dei tarantini, a tal punto da dedicargli il luogo del ritrovamento e sceglierlo come Patrono della città. Questa forte devozione ha fatto sì che nel corso dei secoli sono stati numerosi i simulacri che i devoti hanno fatto realizzare in onore del Santo. Il primo risale al 1346, quando l’arcivescovo Ruggiero Capitignani, andando incontro alle richieste dei fedeli che avvertivano la necessità di avere un’immagine del santo, pensò di realizzare un simulacro in argento utilizzando il prezioso metallo del sarcofago che l’arcivescovo Giraldo I intorno al 1151 usò per conservare le reliquie. Purtroppo l’argento ricavato non era sufficiente per un’intera statua, cosicché si decise di realizzare un mezzo busto. In seguito, nel 1465, il mezzo busto fu allungato trasformandosi in una statua vera e propria. Nel 1891, ai tempi dell’Arcivescovo Jorio, la stessa fu inviata a Napoli per un restauro, ma non vi fece più ritorno, poiché fu completamente rifatta. Vincenzo Catello, argentiere dell’Istituto Casanova, fu l’autore della bella statua giunta a Taranto il sette maggio del 1892 e purtroppo trafugata la notte tra l’uno e il due dicembre del 1983, probabilmente proprio per questo motivo per sempre nei cuori di tutti i tarantini. A seguito del furto, fu realizzata nella fonderia artistica di Vittorio Di Giacomo a Napoli, dal prof. Orazio Del Monaco di Grottaglie, la terza statua, che giunse a Taranto esattamente il quattro settembre del 1984 e uscì trionfalmente dal Palazzo del Governo la sera dell’otto settembre dello stesso anno. Quest’ultima, pur accogliendo dai tarantini tanti apprezzamenti, aveva però un difetto e vale a dire quello di essere molto pesante e quindi creava delle difficoltà durante i giorni della festa: per scenderla dalla nicchia nel Cappellone dove era custodita; per i confratelli che la portavano a spalla; per il carro sul quale veniva posto il simulacro ed infine per quella brutta imbracatura che serviva per le operazioni di sbarco. Per questi motivi nel 2001 iniziò una sottoscrizione o meglio una raccolta d’argento tra tutti i tarantini con il famoso slogan “Una goccia d’argento per la nuova statua di San Cataldo”. Sottoscrizione che effettivamente è servita per realizzare l’ultimo simulacro del nostro Santo Patrono, arrivato a Taranto il quattro maggio 2003. Il comitato dei festeggiamenti si affidò al Signor Marcello Perri Presidente dell’Associazione Provinciale degli Orafi, il quale a sua volta si rivolse al Signor Nicola Curto, Presidente dell’omonima Federazione Nazionale, per la scelta del maestro cui affidare il delicato compito. Il Signor Curto indicò lo scultore cesellatore Virgilio Mortet, nato a Roma nel 1926 e titolare dell’omonima bottega di Oriolo Romano. La famiglia Mortet ha origini francesi e sin dal 1890, anno in cui i Mortet si trasferirono in Italia, precisamente a Firenze, Aurelio capostipite, iniziò a lavorare come cesellatore. La dinastia dei Mortet proseguì con Armando e Dante continuando sempre l’attività di cesellatori ma trasferendosi a Roma dove, dopo aver intrapreso la carriera dell’insegnamento, decisero di dedicarsi a tempo pieno alla professione, affermandosi con la realizzazione di numerose opere tra cui: La spada della Vittoria destinata a Vittorio Emanuele III, le lampade custodite nel Pantheon per la tomba della Regina Margherita, la Porta del Santo Sepolcro a Gerusalemme ecc. Negli anni quaranta Virgilio figlio di Dante affiancò il padre per poi aprire, dopo la sua morte, una sua bottega nella metà degli anni cinquanta. Dopo, anche il fratello Aurelio deciderà di seguirlo. Vari i nomi, ormai famosi, degli allievi che hanno collaborato frequentando la bottega dei fratelli Mortet. Angelo Lazzarini divenuto in seguito il braccio destro di Giacomo Manzù, Gianni Giannotti e infine Toshie Usui Giapponese che tuttora collabora con lo studio di Roma. In seguito i figli di Virgilio, Armando e Laura, il nipote Paolo, figlio di una sorella e Dante e Andrea figli di Aurelio, si affiancarono ai maestri. Alla fine degli anni settanta Virgilio proseguì la sua attività nello studio di Oriolo Romano con la figlia Laura poi raggiunto anche da Armando. È importante ricordare che la tradizione dei Mortet varca i confini nazionali, infatti, su invito dell’Istituto Latino Americano, nel sud dell’America si svolgono numerosi seminari sul cesello che la bottega di Roma svolge in Messico, Perù ed Equador. La cosa più importante è in ogni modo la realizzazione della prima scuola permanente, in sud America di cesello e argenteria fondata nel 2004 in Potosi Bolivia. Dal 1998 lo studio di Oriolo Romano svolge seminari didattici anche in oriente, Bangladesh, Singapore, Cina e Giappone.

Maestro, la ringrazio per avermi concesso quest’intervista, per me è un onore poterle rivolgere qualche domanda. Prima di entrare nel merito della sua professione mi piacerebbe che mi parlasse della sua famiglia. Ho letto della dinastia dei Mortet, dei suoi nonni e addirittura di Aurelio senior che arrivando dalla Francia iniziò subito la sua attività di cesellatore a Firenze. Cosa ricorda della sua famiglia?

Il lavoro della mia famiglia, anzi direi la passione del cesello, è un’arte e allo stesso tempo una tecnologia. Negli anni in cui lavoravano mio nonno e mio padre si viveva in una Roma artigiana. Mi spiego meglio, tutti i palazzi nobiliari ed i negozi erano pieni di oggetti e opere d’arte, quindi erano luogo di artigiani e artisti. Di conseguenza mio nonno, mio padre e mio zio avevano molte richieste ed il lavoro non mancava. In particolare, mio padre si dedicò all’arredamento specializzandosi nello stile Liberty, cito in esempio il negozio della Venchi Unica e gli sbalzi nel bancone della cassa del passeggero. In ogni caso, decisi di laurearmi in architettura, ricordo con affetto il mio professor Mario Ridolfi, grande architetto. Purtroppo in seguito, durante gli anni ’30 e ’40 sopraggiunse una crisi ed il lavoro diminuì creandoci seri problemi. Così decisi di affiancare mio padre ed iniziare la professione di cesellatore.

Quanto è importante lavorare accanto ai suoi figli?

Ho lavorato accanto a mio padre e mio zio, come ho già detto, mio nonno era un cesellatore, quindi questa si può definire una tradizione di famiglia. Oggi ci sono i miei figli e anche i miei nipoti, sono contento di tutto ciò, però devo dire che questa è un arte individuale e ognuno si esprime a sua maniera.

Cosa prova un artista quando vede la sua opera terminata?

Per lavorare ho bisogno d’ispirazione, questo mi serve per entrare nei particolari dell’opera che realizzo. Vivo in uno stato di sofferenza finché non la completo. Durante il periodo della creazione ho un unico pensiero, ma ogni qual volta mi accosto all’opera cambio sempre idea e progetto. Tutto questo mi da sofferenza e ansia. L’arte si fa con l’immaginazione ed il mestiere. Quando mi è capitato di andare in Giappone per motivi di lavoro, ho notato che gli artisti del luogo addirittura evitavano la pausa pranzo per non abbandonare un lavoro iniziato e non perdere l’ispirazione e l’idea iniziale. Io invece, al contrario, svolgo normalmente la mia vita ma sempre con un chiodo fisso rivolto a ciò che sto realizzando. Al completamento poi c’è un’immensa soddisfazione.

Ho letto una cosa molto singolare, nel suo sito internet, a proposito della statua San Cataldo che le fu commissionata nel dicembre 2002. Il Comitato dei festeggiamenti le portò in visione un’immagine della vecchia statua trafugata nel 1983 chiedendole di realizzarne una simile. Pare che lei non voleva accettare l’ordine, ma prima di comunicare la decisione di rifiuto, fece una ricerca storica sulla vita e le opere del Santo e ne rimase colpito. Cambiò idea e decise di accettare. Mi vuole spiegare cosa in particolare l’ha colpita di San Cataldo?

Premetto che se mi commissionano un qualcosa da copiare non accetto, anche per evitare che a lavoro eseguito mi venga detto: ”la copia non è fedele”. Poi pensai, prima di rifiutare, ma chi fu questo San Cataldo? Allora decisi di rivolgermi ad uno studioso in Vaticano, il quale m’inviò tramite un fax, circa sei pagine di storia del Santo. Appena lette ne rimasi affascinato. San Cataldo è stato santo in un’epoca in cui il cristianesimo era difficile da praticare, bisognava combattere per sentirsi cristiani. Poi la storia di un’irlandese che naufragò nelle coste pugliesi, mi affascinò moltissimo. Decisi subito di accettare, mi venne già in mente come lo avrei realizzato. Decisi di fare subito un bozzetto alto 50 cm. Con queste caratteristiche:
Il santo proteso verso la città che benedice, con un gesto protettivo e rassicurante;
Il suo volto fiero ma sereno come quello di un combattente della fede;
I suoi occhi rivolti al cielo, per indicarne la strada;
Gli abiti liturgici semplici per dare austerità al portamento.
In seguito mostrai il mio bozzetto al Comitato che lo approvò all’unanimità.


Che cosa ricorda della lavorazione della statua e quali sono state le difficoltà incontrate?

La difficoltà maggiore è stata la fusione in argento, perché a memoria d’uomo non se ne ricorda una simile di queste dimensioni. Sono stati fusi circa 130 kg. d’argento gettato nelle due parti della forma con l’intervento di ben quattro persone. La testa di 5 kg., le mani e le braccia sono state fuse separatamente. Poi è iniziato il lavoro di rifinitura e cesellatura. Ad assemblaggio ultimato sono state aggiunte la mitra ed il pastorale. Infine è stato fatto l’ancoraggio sulla vecchia base con quattro perni in ottone. La statua è alta 170 cm. e pesa complessivamente gr.96.

E’ venuto più volte a Taranto qual è il suo parere su questa cittadina?

Taranto è affascinante. Non era la prima volta che venivo nella vostra città in quanto da ragazzo appena comprai la mia prima automobile decisi di venire da queste parti in vacanza. Ricordo ciò che mi diceva mio padre: “Sono finiti i tempi del ’500, quando s’inauguravano sculture come il David di Donatello o la pietà di Michelangelo e la folla portava in trionfo gli artisti”. Io fortunatamente devo smentire mio padre perché a Taranto il quattro maggio 2003 in Piazza Castello c’era tanta gente che applaudiva me e la mia opera e forse nessuno degli artisti citati da mio padre aveva mai avuto. Taranto mi ha lasciato un ricordo indelebile.

Quali sono i consigli che si sente di dare ai tarantini?

Spesso mi capita di sentire dalla TV che il sud non è bello che nel sud ci sono una marea di problematiche. Ogni anno partecipo alla cerimonia di consegna del premio “Cataldus d’argento” che si tiene nel salone dei Vescovi del Palazzo Arcivescovile. In quella serata per me più che bella, apprezzo tantissimo la vostra incantevole Taranto, la vostra stupenda gente e smentisco tutto ciò di brutto che sento durante l’anno di voi e del vostro sud.

Prima di terminare le cito una frase di Giorgio de Chirico che risalta sul suo sito internet "La vera arte è una specie di artigianato superiore, e il vero artista è anche lui un artigiano superiore. Egli ama la sua arte ed il lavoro è per lui un godimento che raffina e umanizza la sua mentalità ed il suo carattere. Invece lo pseudo artista modernista, che è antiartigiano per eccellenza, non gode del suo lavoro ed è spesso arrido e cattivo."


Renato Signorini, cesellatore, mio amico, oggi purtroppo deceduto, fece una mostra e seguì un catalogo sul quale lessi questa frase di De Chirico che mi piacque moltissimo. L’ho riportata sul mio sito internet perché ritengo che l’arte si fa sì con l’immaginazione, ma ci vuole anche il mestiere. Un letterato ad esempio come potrebbe scrivere un libro o una poesia se non fosse anche culturalmente preparato? Edoardo De Filippo, mio cliente per anni, fu costretto a studiare per poter scrivere delle commedie. Quindi arte significa ispirazione, immaginazione, ma sempre alla base ci deve essere un’efficace preparazione che è quella che ti dà effettivamente il mestiere. Mi congedo dal maestro ringraziandolo per il tempo concessomi e mi complimento, nonostante l’età di ottantaquattro anni, per il suo spirito giovanile. Evidentemente sarà il suo lavoro, mai interrotto, a dargli questa forza.


Termino, questo mio scritto facendo gli auguri a tutti gli appartenenti agli ordini carmelitani ma in modo particolare a tutti i confratelli del Carmine.

 

 
       
       

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