|
La festa dell’Immacolata Concezione
Fu
la santa Louse de Marillac, più di trecento anni fa, ad introdurre
la festa dell’Immacolata Concezione della B.V. Maria. L’ ”Ordine
delle Figlie dell’Amore”, da lei fondato assieme a san Vincenzo de’
Paoli, l’ 8 dicembre di ogni anno festeggiava fin dai primi tempi,
dopo una proficua preparazione, questa grande festa. Nel 1830 la
Madonna si presenta come Immacolata a Santa Caterina Labourè e 4
anni dopo la proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione,
appare a Bernadetta Soubirous a Lourdes, rivelando che lei è
l’Immacolata Concezione.
Il mistero che si celebra l’8 dicembre non è, come tanti pensano,
la concezione di Gesù da parte di Maria (che festeggiamo il 25
marzo nella festa dell’Annunciazione del Signore), e non è neanche
la festa della verginità di Maria. L’8 dicembre la Chiesa Cattolica
festeggia l’Immacolata Concezione di Maria: Maria viene concepita da
Anna e Gioacchino con il privilegio di non portare con sé il peccato
originale, che a partire da Adamo ed Eva, tutti portiamo con noi dal
momento del concepimento. Questa concezione (=concepimento) si
festeggia l'8 dicembre, appunto, per l'ovvio motivo che questa data
precede di nove mesi la festa della Natività della Beata Vergine
Maria.
La Sacra Scrittura ci rivela che per pura grazia Lei è (CCC 492) “adornata
fin dal primo istante della sua concezione dagli splendori di una
santità del tutto singolare” (LG 56). Questo fatto lo rivela
chiaramente l’angelo Gabriele quando salutando la Vergine di
Nazareth la chiama, “la piena di grazia” (Lc 1,28).
Lo Spirito Santo ha fatto riconoscere questa verità alla Chiesa
sempre più chiaramente e così l’8dicembre 1854 il papa Pio IX potè
proclamare:
“… Dichiariamo, pronunciamo e definiamo che la dottrina, la quale
ritiene che la B.ma V. Maria nelprimo istante della sua concezione,
per singolare grazia e privilegio di Dio onnipotente ed in vistya
dei meriti di Gesù Cristo, salvatore del genere umano , sia stata
preservata immune da ogni macchia della colpa originale, è rivelata
da Dio e perciò da credersi fermamente e costantemente da tutti i
fedeli”
Pio IX, Bolla “Ineffabilis deus” 8 dicembre 1854
L’Immacolata nella storia di Taranto
L’8
dicembre la Chiesa celebra la solennità della festa dell’Immacolata.
Ripercorriamo le ragioni che hanno portato la SS. Vergine a divenire
Patrona principale di Taranto “insieme e come San Cataldo”.
L’antico triduo di penitenza che si teneva ogni anno nel mese di
febbraio
Correva l’anno 1710, era il 7 dicembre, ed il simulacro della
Vergine era esposto per la sua festa alla pubblica venerazione,
nella chiesa di S. Francesco d’Assisi. Erano le 05:45 di una
freddissima notte, una gelida tramontana tagliava il volto dei primi
portuali che si erano affacciati alla marina, ed ecco:
all’improvviso, un violento terremoto si abbatté sulla nostra città.
Tutta Taranto si svegliò di soprassalto, tra il fuggi fuggi
generale, si cercò riparo in campagna, al di là del fosso.
Per fortuna, tutto si risolse solo con una grande paura.
Miracolosamente, nessuno rimase ferito, né si registrarono grossi
danni alle abitazioni.
I tarantini non ebbero dubbi: era stata la Vergine Immacolata ad
aver allontanato dalla città le conseguenze catastrofiche di quel
terremoto. Taranto fu, infatti,
“preservata dalla ruina, e tutto il popolo durante la notte corse
devoto alla sua chiesa a renderle grazie, ed impetrarne assistenza"
(1).
Come
ringraziamento, fu eletta Protettrice minore della città. Per
quell’avvenimento, infatti, il sindaco Giovanni Capitignano, il 23
dicembre di quello stesso anno, elesse l’Immacolata Patrona celeste
della città; il documento fu, poi, redatto il 14 febbraio 1711, dal
notaio Giovanni Antonio Catapano.
A distanza di 23 giorni da tale evento, l’Università (l’equivalente
all’odierno Consiglio Comunale) presieduta dal sindaco, con atto
notarile, si impegnò in perpetuo ad offrire due torce nel giorno
della festa dell’Immacolata e ad intervenire in forma pubblica alle
funzioni in rappresentanza della città.
Il 20
febbraio 1743 un altro terremoto, questa volta di grossa entità, si
abbatté di nuovo sulla città bimare, generando il panico tra i
vicoli della città.
Taranto, neanche a seguito di quel terremoto, subì grossi danni e
l’Amministrazione civica tarantina e l’amministrazione civica
tarantina, presieduta dal sindaco Scipione Marrese, pensò di
ringraziare la Vergine che aveva assolto anche questa volta il suo
ruolo di protettrice nella maniera egregia.
Apprendiamo, sempre dal Caputo, che «il sindaco, istituì un triduo
di penitenza da tenersi ogni anno nel mese di febbraio, a spese
dell’amministrazione comunale, nella cattedrale tarantina. Tale
triduo si è tenuto sino a qualche anno fa, poi è stato abolito, non
si sa bene perché, soprattutto se si considera che l’Immacolata è a
tutti gli effetti Patrona principale di Taranto “insieme e come
San Cataldo”.
Era stato l’arcivescovo Bernardi ad avanzare, in tal senso, la
proposta che fu, poi, approvata dalla Sacra congregazione dei Riti»
(2).
Arriviamo, dunque, al secolo scorso (il novecento per intenderci),
per vedere l’Immacolata proclamata patrona della nostra città. Si
volle, ancora una volta, ringraziare la SS. Vergine che aveva
salvato la città dai bombardamenti aerei subiti nel corso del
conflitto mondiale, che, in quel febbraio 1943, era ancora in
corso.«L’arcivescovo Bernardi – scrive Caputo – aveva preso la
decisione di proporre alla Sacra Congregazione dei Riti l’elezione
dell’Immacolata a Protettrice principale della città per due motivi
entrambi validi. 1) in effetti, sino a quel momento, la città,
nonostante fosse uno dei più grossi obiettivi militari, non aveva
subito grosse perdite di vite umane tra la popolazione civile; 2)
ricorreva in quel febbraio 1943 il secondo centenario del terremoto
del 1743, a seguito del quale, per ringraziare l’Immacolata, era
stato istituito, come si è detto, il triduo di penitenza in
cattedrale. Bisognava dunque fare qualcosa per ricordare
quell’avvenimento». Con tutto il crisma dell’ufficialità,
l’Immacolata fu proclamata “Patrona principale di Taranto
insieme e come San Cataldo.
(1) P.D.L. De Vincentis, Storia di
Taranto
(2) Nicola Caputo. Destinazione Dio
Taranto 1984 pag 301-302
Il culto della Vergine
Immacolata si deve far risalire, a Taranto, intorno al XIV,
quando nel 1309, il principe di Taranto, Filippo d’Angiò,
fece ingrandire la chiesa e il convento di San Francesco
d’Assisi. I frati conventuali minori crearono, così, una
cappella dedicata all’Immacolata.
Successivamente, i frati eressero la confraternita dei
Cordigeri di San Francesco e il sodalizio si trasferì poi
nella cappella dell’Immacolata , prendendo, così, il titolo,
nel 1578, di Confraternita dell’Immacolata Concezione.
Circa un secolo dopo la fondazione della congrega, i
confratelli ordinarono a Napoli la statua dell’Immacolata,
che giunse a Taranto nel settembre del 1679.
Dal Blandamura, apprendiamo che, in passato, la statua è
stata definita la più bella che si conservi a Taranto: “La
Vergine … dalle giovanili forme slanciate e dal volto
paradisiaco, si è volta a guardare in alto, e con le pupille
celesti e con le mani congiunte in fervorose preghiere, par
che distorni dal capo dei suoi figli l’ira del signore,
mentre, col piede verginale schiaccia il capo dell’infernale
dragone. Il volto e le mani sono
di una
bellezza ultraterrena. Un solo difetto: le mani tra loro
congiunte sono troppo protese verso destra; ma il popolo
ritiene che tale posa assunse la vergine durante il
terremoto del 1743”. (1)
In
effetti, le mani dell’Immacolata di Taranto non sono
congiunte sul petto. Si tratta, dunque, di una
raffigurazione così voluta dallo scultore che la realizzò,
anche se poi la tradizione popolare ha visto nello
spostamento delle braccia verso destra un segno divino
legato al terremoto del 1743. La Vergine, con quel gesto
avrebbe allontanato il terremoto dalla città che era sotto
il suo patrocinio.
Col passare
degli anni si diffuse sempre più, nella cappella del
convento di san Francesco d’Assisi, la devozione verso
l’Immacolata, sicché sia i devoti che gli stessi confratelli
cominciarono a chiedere con insistenza una sede più comoda e
decorosa.
Solo nella
seconda metà del 1700 la statua e la congrega furono
trasferite nella vicina chiesa di san Michele.
Attualmente, si
svolge nella Basilica Cattedrale la novena in onore della
Patrona di Taranto. Il trasferimento della Statua in
Cattedrale avviene di solito l’ultima domenica di novembre.
La statua viene portata processionalmente in san Cataldo,
accompagnata dai fedeli e dalla banda che esegue le
tradizionali «pastorali». La novena si svolge, quindi, nella
basilica, nella quale la statua dell’Immacolata viene
collocata su un tronetto eretto sulla destra.
Chi è più avanti con l’età, rispetto a chi scrive, ricorda
la tradizionale novena davanti ad alcuni improvvisati
altarini che le donne di un tempo creavano nei vicoletti o
lei «larghi» della città vecchia. La novena durava dal 29
novembre al 7 dicembre e davanti a quegli altarini, ogni
sera, si radunavano donne e bambini per le tradizionali
orazioni e alcuni musicanti per le immancabili «pastorali».
A intervalli regolari, si cantava il noto Inno «O Concetta
Immacolata».
O
Concetta Immacolata
Tu del
Sole sei vestita,
Della
luna a’ piè servita
E di
stelle coronata:
O
Concetta Immacolata!
Concepita dall’Eterno
Nell’idea sublime e pura,
sopra
ogni altra creatura:
O
Concetta Immacolata!
L’Individua Trinitate,
Tutta
intenta al gran disegno
Con
fregio lo più degno
Ti
distinse avventurata:
O
Concetta Immacolata!
Fu tua
dolce redenzione,
O Maria,
la più speciale,
Dal
peccato originale
Mentre
fosti preservata:
O
Concetta Immacolata!
Sempre
libera ed esente
D’ogni
macula attuale,
D’ogni
neo pur veniale,
Senza
fomite, illibata!
O
Concetta Immacolata!
Primogenita di dio,
Tu sei
Sposa al Sommo Amore;
Tu sei
Madre al redentore,
Tu sei
in Ciel di gloria ornata:
O
Concetta Immacolata!
D’ogni
grazia riempita,
Sei del
mondo la regina,
Tutta in
Dio, tutta divina,
Tutta
bella, tutta ornata:
O
Concetta Immacolata!
Senza
numero e misura,
Sono i
tuoi gran privilegi:
Tu
risplendi; Tu ti fregi
Sopra
ogni altra fortunata:
O
Concetta Immacolata!
Colma
sei di santitate,
Ma
colmata in tale eccesso,
Che
creatura il Cielo stesso
Non
racchiude in sé beata:
O
Concetta Immacolata!
Deh!
Dolcissima avvocata
Volgi a
noi dal Cielo il ciglio,
E
pietosa col tuo Figlio
Tu ci
assisti, o Madre amata:
O
Concetta Immacolata!
Testo tratto da A. Majorano
Tradizioni e canti popolari a Taranto,Lacaita,
Editore
(1) G.
Blandamura Taranto Sacra, MAnoscritto Arch
l’iconografia dell’Immacolata Concezione
Risalgono
al Medioevo i primi tentativi di rappresentare
l’immacolato concepimento di Maria, espresso
attraverso il racconto figurato delle storie dei
suoi genitori. A Padova, nella Cappella degli
Scrovegni (1303-5), Giotto dipinge l’Incontro di
S. Gioacchino e S. Anna alla Porta d’Oro che
simbolicamente rappresenta la Concezione. Il tema
trae vita da un passo del Protovangelo di Giacomo,
dove si narra che il matrimonio di Anna e Gioacchino
era rimasto sterile e poiché tale condizione era
considerata una maledizione, Gioacchino, per la
vergogna, si rifugiò nel deserto dove un angelo gli
predisse la nascita di una figlia. Gioacchino tornò
allora a Gerusalemme e incontrò Anna presso la Porta
d’Oro della città. Attraverso il loro casto bacio
avvenne il concepimento di Maria.
Si
deve ad un artista veneziano che operò nelle Marche,
Carlo Crivelli, una delle prime immagini
dell’Immacolata. La Immacolata Concezione,
oggi alla National Gallery di Londra, venne dipinta
da Crivelli per la chiesa di S. Francesco di Pergola
nel 1492. Dal XVI secolo, si afferma in tutto il
mondo cattolico, ma soprattutto in Italia e in
Spagna, la fortunata immagine della Vergine che
vince sul peccato, proprio perché preservata ella
stessa dal peccato originale. L’iconografia
immacolista che prevale è quella della “Tota pulchra”,
la “Tutta bella”.
Un’altra
rappresentazione di Maria nel Medioevo e nel
Rinascimento è nell’immagine dell’Albero di
Jesse, un tema iconografico tratto da una
profezia di Isaia: “Un germoglio spunterà dal tronco
di Jesse…” (Is,11,1), dove si vede Maria con i
capelli sciolti, l’abito azzurro e le mani giunte
(tutti elementi che si manterranno nelle immagini
successive dell’Immacolata), in piedi sulla sommità
di un albero genealogico della stirpe di Davide che
affonda le proprie radici in Jesse o altre volte in
Adamo.
Un’altra
immagine mariana molto diffusa, tra le più
rappresentate nell’arte cristiana soprattutto nelle
preziose miniature dei manoscritti, è quella di
Maria come “Donna dell’Apocalisse”.
In questo modello iconografico la Vergine è
accompagnata da elementi cosmici, come la luna e le
stelle e dal drago, simbolo del male, attributi che
caratterizzeranno per secoli l’immagine
dell’Immacolata.
La figura salvifica di Maria scaturisce da un passo
dell’Apocalisse di S. Giovanni: “Un segno grandioso
apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la
luna sotto i piedi e sul suo capo una corona di
dodici stelle” (Ap,12,1).
Le
immagini dell’Immacolata seguono norme iconografiche
e devozionali molto precise e codificate, come è
testimoniato dalle opere di tanti artisti che si
sono cimentati nel tema, dal marchigiano Federico
Barocci, allo spagnolo Bartolomé Esteban Murillo,
detto il “pittore dell’Immacolata”, da Guido Reni, a
Giambattista Tiepolo, solo per citarne alcuni.
Nell’Ottocento, dopo la proclamazione ufficiale del
dogma, questa iconografia mariana si moltiplica: tra
le opere più famose, gli affreschi dell’anconetano
Francesco Podesti nel Palazzo Apostolico Vaticano
(1856).

L’iconografia
appare ormai consolidata nella sua bellezza e
semplicità: la Vergine ha i capelli lunghi e sciolti
(come la Sulamita del Cantico dei Cantici,
archetipo della Vergine); la luna è sotto i suoi
piedi e il capo è cinto da una corona di dodici
stelle (così come è descritto nell’Apocalisse -
«La donna e il serpente» (12, 1): «Nel
cielo apparve poi un segno grandioso: una donna
vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e
sul suo capo una corona di dodici stelle»),
le mani sono giunte e gli occhi estatici, rivolti
al cielo; gli angeli che la contornano portano gigli
(simbolo di purezza); il globo ai piedi di Maria è
la terra insidiata dal serpente del peccato ma
protetta da Maria.
Il serpente ci ricorda un verso tratto dal libro
della Genesi: «Il serpente era la più astuta di
tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio.
[...] Allora il Signore Dio disse al serpente [...]
‘Io porrò inimicizia tra te / e la donna, / tra la
tua stirpe / e la sua stirpe; / questa ti schiaccerà
la testa / e tu le insidierai il calcagno’» (3,
1-14-15);
il bianco del suo abito simboleggia l’assoluta
purezza e l’azzurro la grazia celeste.
L’immagine dell’Immacolata di Taranto ricalca,
dunque, l’iconografia consueta.
“ Un solo difetto –
afferma il De Vncentiis -
: le mani tra loro congiunte sono troppo protese
verso destra; ma il popolo ritiene che tale posa
assunse la vergine durante il terremoto del 1743”.
(3]
In
effetti, le mani dell’Immacolata di Taranto non sono
congiunte sul petto. Si tratta, dunque, di una
raffigurazione così voluta dallo scultore che la
realizzò, secondo l’iconografia del tempo come
dimostra pure l’opera del Giambattista Tiepolo.
Anche se poi la tradizione popolare ha visto nello
spostamento delle braccia verso destra un segno
divino legato al terremoto del 1743. La Vergine, con
quel gesto avrebbe allontanato il terremoto dalla
città che era sotto il suo patrocinio.
[3]
P.D.L. De Vincentiis, Storia di Taranto.
|
|